Il glioblastoma (GBM) è la forma più aggressiva di tumore cerebrale primario, con una sopravvivenza mediana di appena 12–18 mesi, nonostante chirurgia, radioterapia e chemioterapia. Trattarlo rimane estremamente difficile a causa della barriera emato-encefalica, di un microambiente tumorale immunosoppressivo e della forte variabilità genetica, che favoriscono resistenza ai trattamenti e recidive. Il GBM è spesso accompagnato da epilessia, aggravando ulteriormente la qualità della vita dei pazienti. Con decine di migliaia di nuovi casi ogni anno a livello globale, rappresenta un’importante necessità medica ancora insoddisfatta.
La nostra strategia utilizza anticorpi monoclonali (mAb) diretti contro le connessine — proteine fondamentali per la comunicazione tra le cellule all’interno del tumore. Sebbene siano ancora poco esplorate come bersagli terapeutici, le connessine giocano un ruolo chiave nella crescita del tumore, nella resistenza ai trattamenti e, potenzialmente, nell’epilessia associata al glioblastoma. Interferendo con la loro funzione, i mAb potrebbero non solo rallentare o arrestare la progressione del tumore, ma anche contribuire a ridurre o prevenire l’attività epilettica correlata. Questo approccio potrebbe offrire una strategia terapeutica nuova e più completa, proprio dove le terapie attuali non riescono a dare risultati efficaci.
