Da obbligo a opportunità di business: la sostenibilità e la trasparenza nei prossimi anni diventeranno sempre di più un asset centrale per le aziende.

In questa intervista a Stefania Presta, ESG Specialist di Spinlife approfondiamo il tema dell’ampliamento dei soggetti obbligati alla rendicontazione non finanziaria, il cosiddetto “report di sostenibilità aziendale”, da redigersi secondo i nuovi standard europei per la rendicontazione di sostenibilità (ESRS) sviluppati dal gruppo consultivo europeo per le relazioni finanziarie (EFRAG) e pubblicati il 31 luglio 2023.

Sempre più aziende e organizzazioni devono imparare a fare i conti con la parola “impatto”. La nuova rendicontazione, infatti, mira a dar conto a tutto tondo – a tutti i soggetti interessati – degli impatti, cioè dei “risultati” attesi, della gestione di medio e lungo termine, non soltanto di quelli di breve periodo. Un passo in più verso il pieno raggiungimento degli ambiziosi ma irrinunciabili obiettivi dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Fabio Poles, Direttore Generale UniSMART Fondazione

Chi sono i soggetti obbligati e da quando?

La Direttiva 2022/2464, (­in sigla CSRD) è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 16 dicembre 2022 e, con essa, vengono ampliati i soggetti già obbligati alla rendicontazione non finanziaria dalla precedente Direttiva UE 2014/95, recepita in Italia con il Decreto Legislativo n. 254/16. In questo modo si stima che i soggetti obbligati passeranno da 11.700 a 50.000 imprese. In dettaglio, saranno progressivamente tenute alla redazione del report di sostenibilità aziendale:

  • le grandi imprese(1) già soggette alla rendicontazione non finanziaria, a partire dal 1° gennaio 2024, con pubblicazione del primo report nel 2025;
  • le restanti grandi imprese(1) attualmente non interessate dalla rendicontazione non finanziaria, a partire dal 1° gennaio 2025, con pubblicazione del primo report nel 2026;
  • le PMI e le altre imprese quotate sui mercati regolamentati dall’UE, ad eccezione delle microimprese(1) quotate, a partire dal 1° gennaio 2026, con possibile deroga fino al 2028;
  • le società extra-UE quotate sui mercati regolamentati dell’UE;
  • le filiali UE di società non UE, a partire dal 1° gennaio 2028.

In caso di gruppi di imprese, gli obblighi di rendicontazione possono essere assolti dall’impresa madre per conto delle imprese figlie, nel caso in cui il gruppo rediga il bilancio consolidato.

(1) Ricordiamo che sono definite grandi le imprese che alla data di chiusura del bilancio superano i limiti numerici di almeno due dei tre criteri seguenti: a) totale dello stato patrimoniale: 20 000 000 EUR; b) ricavi netti delle vendite e delle prestazioni: 40 000 000 EUR; c) numero medio dei dipendenti occupati durante l’esercizio: 250. Sono invece definite microimprese le imprese che alla data di chiusura del bilancio non superano i limiti numerici di almeno due dei tre criteri seguenti: a) totale dello stato patrimoniale: 350 000 EUR; b) ricavi netti delle vendite e delle prestazioni: 700 000 EUR; c) numero medio dei dipendenti occupati durante l’esercizio: 10.

Cosa cambia per chi già produce un report secondo standard volontari (finalizzato alla Dichiarazione Non Finanziaria o per altri motivi)?

In primo luogo, sarà necessario adattarsi ai nuovi standard europei per la rendicontazione di sostenibilità, detti ESRS, sviluppati dal gruppo consultivo europeo per le relazioni finanziarie (EFRAG) e pubblicati il 31 luglio 2023. Ciò permetterà di ottenere informazioni affidabili e comparabili tra le varie imprese, in riferimento agli oltre mille data points disponibili. All’interno del report, la strategia ESG, che guarda al futuro (forward looking, prospettiva), dovrà essere descritta in modo trasparente e rapportata ai dati di consuntivazione annuale, che guardano al passato (backward looking, retrospettiva). Ancora, sarà necessario applicare il principio della doppia materialità, per comprendere come le questioni di sostenibilità (outside-in, materialità finanziaria) impattino sulle aziende, esponendole a rischi che si potrebbero tradurre in conseguenze finanziarie, e viceversa come le aziende impattino sulle persone e sull’ambiente (inside-out, materialità d’impatto). Insieme a ciò, il report dovrà chiarire il ruolo del CdA e del management riguardo la sostenibilità e quali siano i principali adverse impacts legati all’azienda e alla sua catena di valore. Infine, sarà obbligatorio ottenere una garanzia limitata sul report tramite una revisione da parte terza, per assicurare la conformità agli ESRS e la validità e correttezza del processo svolto dall’impresa per identificare le informazioni riportate. Il report dovrà essere collocato nella relazione sulla gestione e redatto nel formato elettronico unico di comunicazione XHTML.

Come sono correlate la CSRD e la Tassonomia UE per le attività ecosostenibili?

Il Regolamento UE 2020/852, che ha introdotto nel sistema normativo europeo la tassonomia delle attività economiche ecosostenibili, all’Articolo 8 impone un preciso obbligo di trasparenza: tutte le imprese soggette alla Direttiva 2014/95, ora sostituita dalla Direttiva CSRD 2022/2464, devono includere nel report di sostenibilità informazioni su come e in che misura le attività dell’impresa sono associate ad attività economiche considerate ecosostenibili ai sensi degli articoli 3 e 9 del regolamento stesso. In particolare, le imprese devono comunicare la quota del loro fatturato proveniente da prodotti o servizi associati ad attività ecosostenibili, nonché la quota delle loro spese in conto capitale (CapEx) e la quota delle spese operative (OpEx) relativa ad attivi o processi associati alle medesime attività.

Quali sono le più probabili criticità e opportunità che le imprese affronteranno in questo nuovo percorso?

Il fondamento del reporting si colloca nella disponibilità di dati precisi e affidabili: in questo senso le aziende dovranno costruire, laddove già non presenti, solide basi di dati per monitorare le proprie prestazioni e per impostare obiettivi di sostenibilità realistici. Inoltre, saranno chiamate ad apportare un cambiamento nella cultura aziendale, e di conseguenza una trasformazione operativa, necessari per implementare e raggiungere effettivamente tali obiettivi. Sotto questo punto di vista la CSRD, oltre che un obbligo, rappresenta anche un’opportunità: può dare impulso all’innovazione e all’automazione, può far sentire i lavoratori in grado di contribuire effettivamente alla causa ambientale e sociale, può rafforzare il dialogo con gli stakeholder e all’interno di gruppi di lavoro interfunzionali. Inoltre, l’integrazione strategica ed operativa della sostenibilità nei processi decisionali delle organizzazioni costituirà sempre più un volano per attrarre la fiducia di clienti e investitori.

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